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Le gloriose imprese richiedono sacrificio e sarà sicuramente per degli artisti un sacrificio andare in scena alla Gran Guardia alle 9,30 del mattino il 22 febbraio prossimo. Ma siamo stati chiamati dall’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia a raccontare per le scuole la nascita e la breve vita della Repubblica di Fiume, dal 12 settembre 1919, al 26 dicembre 1920 e non potevamo esimerci. Lo faremo in modo divertente, cercando di rappresentare la “folle trasgressione” che caratterizzò quell’esperienza. Lo spettacolo è aperto a tutti.

 

 

o fiume o morte

 

 

 

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Carissimi,
in un recente spettacolo, nel monologo finale, dicevano che “... la pace corrode il territorio più della guerra, con i capannoni e le fabbriche al posto delle stalle e dei fienili, in un mondo e in un paesaggio che non si riconoscono più…”
Ho avuto una visione macroscopica di questo assioma recandomi in una delle mie visite sul fronte della grande guerra al passo del Tonale, prima, e poi sul ghiacciaio del Presena, dove ho assistito ad una devastazione del territorio che nessuna guerra sarebbe riuscita a provocare.
Il passo del Tonale è uno dei peggiori esempi di speculazione edilizia di pessimo livello.
Sul ghiaccio del Presena, con mine, gru, bulldozer, camion, migliaia di metri di plastica, la zona è stata trasformata in un gigantesco cantiere atto a favorire lo sci invernale.
I sentieri non sono in gran parte più riconoscibili e si cammina su pietraie instabili.
Le reti di recinzione sono più fastidiose dei reticolati attorno alle trincee.
Denunciamo la malvagità e l’inutilità delle guerre, ma con che diritto l’uomo fa questa guerra alla natura e, quindi, a se stesso?
Nessun altro animale opera per la distruzione del proprio territorio.
E poi qualcuno dice che la nostra vita, rispetto a quella degli animali, è sacra.
“Ma”, direbbe Totò, “fatemi il piacere!”
Attendo i vostri commenti.
Intanto un invito: non andate sul Tonale.

Ciao, Stefano

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A 56 anni,  nel 1931, ricoprì la funzione di responsabile dell'Ufficio censura teatrale, dove si distinse per tredici anni senza interruzioni attraversando tutta l'era fascista sino al 1943, quando si rifiutò di entrare a far parte della Repubblica di Salò. Dopo la fine della guerra e la caduta del fascismo Zurlo non fu sottoposto ad epurazione come ex-funzionario fascista e condusse appartato il resto della sua vita.
Nel lungo arco di tempo dell'attività di Zurlo numerosi e noti personaggi dello spettacolo, dai fratelli De Filippo a Totò, da Fellini a Vittorio De Sica, da Anton Giulio Bragaglia a Sem Benelli, da Tina Pica a Massimo Bontempelli, gli esordienti Italo Calvino e Michelangelo Antonioni, oltre che Indro Montanelli autore di commedie, ebbero a che fare con questo burocrate, ossequiente alle disposizioni del regime, ma nello stesso tempo convinto di una sua missione pedagogica, che si esprimeva nelle note che accompagnavano i brani censurati, non tanto perché offensivi della morale cattolica o del regime fascista, ma perché egli vi constatava la violazione delle regole estetiche e poetiche di cui si considerava maestro.

Un funzionario dedito con orgoglio al suo impiego, che assolveva con senso del dovere e sacrificio personale e che dichiarava di esaminare all'incirca 1500 testi all'anno. Con la disposizione d'animo del buon padre di famiglia Zurlo non si limitava a tagliare e sforbiciare copioni, ma voleva anche convincere gli autori di doverlo fare nel loro stesso interesse incoraggiandoli, quasi come loro amico, a seguire una strada diversa Ultima sua testimonianza è un libro scritto nel 1952, intitolato “Memorie inutili, la censura teatrale nel ventennio”, in cui si scusa con gli autori interessati dalle sue forbici. Il libro è dedicato ad un giovane politico italiano: Giulio Andreotti.

Che dire ora, dopo che ne abbiamo fatto il protagonista di uno spettacolo? Cosa ci insegna in questo caso la storia?
Curzio Malaparte diceva:”’Italia è sempre stata così. Una minoranza di gente seria, scontenta, delusa, di fronte ad un popolo in miseria, nell’ignoranza, curvo sotto una banda d’ignobili, di profittatori, di cortigiani, di traditori, di vigliacchi, di sbirri e di preti, di bravi e di spie. Ecco, è forse questo il punto: Leopoldo Zurlo fa parte di questa gente seria, che però non ha il coraggio e la forza di ribellarsi, che sceglie, comunque, il compromesso, come Andreotti. E così non si va tanto lontano.

Stefano Modena

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Già nel primo anno delle celebrazioni del centenario della prima guerra mondiale assistiamo ad un enorme proliferare di iniziative commemorative in tutta Europa, prevalentemente, ma è naturale, nei paesi che ne uscirono vincitori. L’Italia è tra questi e anche se nel 1914 fu neutrale, partecipa intensamente con mostre, produzioni editoriali, conferenze, spettacoli e via dicendo.

Ci chiediamo due cose: potrà durare per quattro anni questa intensità?

Perché questo interesse capillare e diffuso tra soggetti di estrazione, cultura e pensiero sociale e politico estremamente diverso? Perché questo “massacro”, a differenza di altri massacri, spinge cosi tante e diverse persone ad occuparsene, quasi l’argomento avesse un fascino perverso?

Alla prima domanda risponderanno i fatti, ma non è importante; vedremo.

Alla seconda, invece, che abbiamo posto più volte durante le numerose iniziative che portiamo avanti, ci siamo sentiti rispondere in modo molto articolato, ma, a nostro avviso, non sempre convincente.

Ci è stato risposto:

“Bisogna ricordare la guerra e i suoi orrori per costruire la pace".
“Quasi tutte le famiglie sono state coinvolte direttamente con un parente".
“La grande guerra ha completato l’unità d’Italia”.
“E’ stata una guerra eroica vinta con l’eroismo”.

Tutto vero, certamente, ma non basta. Se escludiamo le risposte che denunciano una volontà di propaganda militarista, anche le altre spiegano solo parzialmente. Non spiegano ad esempio perché non ci limitiamo a iniziative commemorative, ma andiamo a visitare i siti, raccogliamo oggetti e memorie, insomma, ne parliamo.

Io credo che arriveremo ad una risposta o a delle risposte a questo quesito se avremo il coraggio di essere obiettivi e cioè:

  • sgombreremo il campo da tutti gli atteggiamenti ideologici; celebrare la grande guerra chiedendo di cambiare nome a Piazzale Cadorna non serve e porta a nulla, serve solo a dividere, quando, invece, questo centenario dovrebbe servire ad unire; Cadorna rimane un protagonista negativo di questo conflitto e l’intitolazione di una piazza non gli toglierà mai la sua fama di fucilatore di fanti;
  • ammetteremo che questa guerra ha avuto anche degli effetti positivi come di unire il paese dal punto di vista sociale e linguistico;
  • ammetteremo che quasi tutti gli intellettuali, anche quelli progressisti ed i mezzi di informazione si schierarono compatti per l’intervento ed anche per questo e per altro fu una guerra decisa da pochi, ma voluta da molti;
  • ammetteremo la spinta romantica ed illusoria degli irredentisti;
  • ammetteremo insomma tutti gli elementi che resero epico questo conflitto, senza togliere nulla al fatto che tutta una serie di percezioni sbagliate, anche se in buona fede, lo resero, purtroppo, possibile.

Quindi, per favore, basta slogan come “svuotiamo gli arsenali, riempiamo i granai”, che non tengono conto che, purtroppo, la violenza e, quindi, anche la guerra sono connaturali alla natura di molti uomini. Se vogliamo veramente ricordare la guerra per costruire la pace dobbiamo innanzitutto conoscere e capire. Se poi serve scherziamoci anche sopra, senza timore di alcuna censura.

Ce lo insegnava Sergio Tofano, l’inventore del Signor Bonaventura, quando nel 1937 diceva:

Per carità, niente quadretti familiari, niente bozzetti patriottici…..; non storie lacrimevoli…… E soprattutto nessuna preoccupazione moraleggiante ed educativa…. Facciamoli ridere, vivaddio”.

Per partecipare al dibattito inviare una mail a ginofranzi@gmail.com

Ecco a voi un filmato da me realizzato sulla vita di Gino Franzi e sulla figura dello scettico.

Buona visione!

Stefano Modena

Carissimi, desidero condividere con voi questa pagina del Corriere Dei Piccoli risalente al 23 agosto 1914. È un esempio inquietante di come la propaganda interventista cercasse di arrivare anche alle menti dei bambini. Riflettendo, mi domando se certi cartoni di oggi siano meno violenti.
Stefano Modena

corrieredeipiccoli

 

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