“Cosa m’importa se il mondo mi rese glacial,

se d’ogni cosa nel fondo non vedo che mal,

quando il mio primo amore mi sconvolse la vita,

senza lusinghe pel mondo ramingo io vo

e me ne rido beffando il destino così…”


GINO FRANZI, al secolo Giovanni Franzi, nasce a Torino il 25 luglio del 1884.

Alla fine della Grande Guerra, una volta passata l’euforia della vittoria, esplode nella borghesia un prepotente desiderio di cancellare ogni ricordo dei lutti e delle privazioni. In locali fumosi e peccaminosi, i Bals Tabarin, si ascoltano canzoni di pura evasione ed altre più crepuscolari e meditative, che fanno riaffiorare il pessimismo rimasto nel fondo degli animi.

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Con la pace finiscono i lutti, ma bisogna fare i conti con la lira che perde valore, con il costo della vita triplicato e con le code per i generi di prima necessità. Nasce, quindi, un velleitarismo alimentato dal contrasto tra l’illusione e la realtà.

Le esibizioni crepuscolari di Gino Franzi, che traggono spunto dal repertorio degli chansonniers francesi, interpretano in modo eccelente tutto questo. Le sue canzoni hanno un linguaggio colto e raffinato, che si ispira al poeta più rappresentativo di quel tempo, Gabriele D’Annunzio. franzi-vecchio 667x500

D’Annunzio del resto, non faceva mistero dei propri amori liberi e le sue donne, vere o immaginate, erano sempre demoni di voluttà e passione. Franzi è, in fondo, come il romanziere Guido Da Verona, che rilegava in damasco rosso i suoi libri, uno dei  divulgatori del verbo dannunziano. 

Essi portano ad un livello popolare tutte quelle passioni, quei lussi sfrenati, quella voglia di vivere e di abbandonarsi passivamente alle tempeste dell’anima.

 

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Cronologia della vita di Gino Franzi

1884: nasce il 25 luglio da una famiglia di operai a Torino

1905: primo attore giovane nella compagnia di Romolo Solari

1912: debutta come cantante al teatro Bosio di Torino in coppia con Amelia Durelli

1912: esegue per la prima volta al Gambrinus di Trieste “Fili d’oro”

1919: si esibisce all’Olympia di Parigi

1920-28: ispirandosi alla canzone francese, è il divo del momento nei “Bals Tabarin”

1928-30: con le nuove mode dello spettacolo scompare il “Tabarin” e con lui scompare Franzi dal mondo dello spettacolo

1948: ricompare al Mediolanum nella rivista di Nelli (Francesco Cipriani Marinelli) “Col naso lungo e le gambe corte” con Nino Besozzi, Mario Riva, Diana Dei

1951: partecipa allo spettacolo “50 anni di caffé chantant” di Luciano Ramo al Manzoni, con Pasquariello, Oreste e Pierino Faraboni, Lydia Johson, Roberto Murolo

1954: sposa Teresa Pasquero, in arte Nada Mary, una vecchia compagna di “Tabarin”

1958: muore a Milano alle 4,30 di sabato 27 dicembre in un appartamento di 3 locali al 2° piano di Via dei Mille 5. I funerali si svolgono nella parrocchia di Santa Croce Domenica 28 alle ore 14.

E’ sepolto nell’ossario 1475 del riparto 89a del Cimitero Maggiore di Milano

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Le canzoni di Franzi sono storie divise in tre strofe dal finale pessimistico: pianto, morte in un lettuccio d’ospedale, illusioni d’amore, voluttà, desolazione, solitudine: “...baci, carezze, lusinghe, son tutte illusion...” “...come un ninnolo sei tu, un balocco e nulla più, addio tabarin, paradiso di voluttà...”.

Gino Franzi diventa il cantore del vizio e della perversione e rappresenta con le sue canzoni l’uomo tradito dal primo amore, che risolve nel cinismo la propria disperazione. Ultimo tango, Follia, Ninnolo, Capriccio, Come una coppa di champagne e Scettico blues sono i titoli più famosi.

Dopo la guerra aveva dunque capito che i gusti stavano cambiando; decide allora di rompere con la tradizione popolare e napoletana e di farsi interprete delle nuove tendenze. Veste sempre il frac, porta il bistro agli occhi, si dipinge il volto in modo spettrale e canta di lussi, alcol ed alcove.tabarin-locale 461x500

Eppure era astemio, profondamente religioso e non amava particolarmente le donne. Preferiva spendere le grandi somme che guadagnava in regali agli amici, discutibili oggetti d’arte e beneficenza.

Il Tabarin, di cui era diventato il simbolo, tramonta improvvisamente alla fine degli anni '20: il fascismo, che aveva da poco siglato il Concordato con il Vaticano, non può più tollerare quel mondo di dissolutezze e follie. Tenta di adeguarsi portando al successo alla fine del 1929 l’ultima canzone di E.A. Mario, “Balocchi e profumi”, che addita al disprezzo una madre snaturata dalle follie della lussuria. Ma quel mondo è ormai scomparso e con lui scompare Franzi dal mondo dello spettacolo.

Con l’inflazione conseguente alla seconda guerra mondiale il suo patrimonio si dissolve. Ricompare, proprio per sopravvivere, a Milano in qualche pianobar ed in qualche rivista alla fine degli anni 40.
Orio Vergani ricorda di averlo sentito cantare l’ultima volta al “Grande Italia” in Galleria nel 1948.

Pfranzi vecchio2oi finisce in miseria, come del resto era finito ancora prima Guido Da Verona, una volta messo all’indice dal fascismo, che pure aveva sempre sostenuto.

Nel 1954 sposa, ormai 70enne e malato, una vecchia compagna di spettacolo, Teresa Pasquero, in arte Nada Mari.

Quando muore lo vestono con uno smoking nero (il frac era stato venduto); al funerale sono in quattro; nessuno si ricorda che aveva cantato anche all’Olimpya di Parigi per il Maresciallo Foch, Loyd George e Clemenceau, durante la Conferenza di Versailles, forse per sostenere con le sue esibizioni, come D’Annunzio a Fiume, le traballanti ragioni della nostra “vittoria mutilata”.

 

 

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